Provincia di Torino : mercato del sabato.
Stamattina sono stata al mercato, odori, suoni, profumi, colori nel perfetto rigore piemontese, piccoli carrelli a quadretti scozzesi seguono usurati e fedeli i passi delle signore in cerca del miglior prezzo e di un buon acquisto. Non si urla, non si “vannia” nei mercati piemontesi, non ci si dà del tu, non si mette in dubbio la bontà di un alimento, si compra velocemente, grazie, prego, buona giornata madamin… Ci si tiene stretto il portamonete non tanto per il timore che venga derubato quanto per tenere sottocchio la rapida dipartita, euro dopo euro, delle proprie disponibilità.
Cun lon ca custa… (con quello che costa…)
Ci si incontra e ci si mette a parte a chiedere della salute di Tizio, Caio e Sempronio… un occhio alla spesa, al bambino, poi si scappa perché è tardi. Alla mezza è tempo di desinare. Sa, ca l’è ura d’andé a mangé (Dai che è ora di andare a mangiare).
Ma prima l’altro occhio attento e curioso cade sulla sfilza dei volti attaccati ai muri, quelli che son passati all’altro mondo e tanti saluti.
O mi povrom, t’las vist chi a l’è mort?(O mamma mia, hai visto chi è morto?)
Compro anch’io, aspetto il mio turno, guardo, scelgo… mi passano tra le mani sode tumatiche, turgidi puvrun, melanzane, angurie. Porgo attenta ciò che ho scelto, un rapido ballo sulla bilancia e poi il prezzo declamato che da queste parti non ha mai una cifra tonda. Qui il prodotto non si vende, nemmeno a se stesso, si mostra, elegante, ben riposto, lucido, profumato, ti chiede silenziosamente di essere scelto o si trincera, alleato, all’indifferenza del venditore che certo non ti prega per comprare da lui…
I cartelli esposti indicano categoria, provenienza e prezzo. Si paga… anche l’ultimo centesimo. Cerea Madama (arrivederci signora).
Mercenarie, le donne, cambiano continuamente banchi, scrutano i prezzi, velocemente tornano al buon offerente.
Fare una caponata di melanzane, a Torino, è un lavoro estenuante…
Le sporte sono piene… torno a casa, sulla scia di odori che si mescolano ma non sono mai troppo intensi.



Sono a casa e penso, piccolo rewind…
Palermo: mercato del Ballarò
“ AMUNIIIII’ CA VINNI A’ STATI” (andiamo, è arrivata l’estate)
“ACCATTATIVI U’ BEDDU MILUNI, A CIRASA RUSSA, U’ MILUNI DUCI…. SIGNURA, CA SI FIRMASSI, HAIU U MEGGHIU DU MEGGHIU” (compratevi un bel melone, la ciliegia rossa, l’anguria dolce… Signora, si fermi, ho il meglio del meglio)
“A ROBBA E’ SICILIANA… UN SU’ RU MAROCCU…”
(e’ tutta merce siciliana… non c’è niente dal Marocco).
Le donne si sporgono sulla merce, annusano, premono, assaggiano un chicco d’uva… il più delle volte disprezzano per patteggiare il prezzo..
“CHISSA UVA DI CA’ E’?”…. (questa che vendi ti pare che sia uva siciliana?)
“A DUI EURO O CHILO!!! BEDDA MATRI, MA TU SI FODDE… FAMMILLA A UN’EURO E CINQUANTA MA SINNO’ UNNI VOGGHIU!” (A due euro al chilo!!! Mamma mia, tu sei pazzo… fammi un euro e cinquanta altrimenti non la prendo!)
Nel frattempo altre tre o quattro massaie assaggiano, palpano, infilano “nel cartasu” , buttano sulla bilancia e a prezzo stabilito chiedono, non ancora contente, ammiccando:
“AVA’, FAI ‘NCAPO O BON PISU, METTICCINNI NATRI DUE…, UN FARI U TIRCHIU”. (Dai fai sul buon peso, aggiungine ancora due… non essere tirchio).
Gli odori intanto infestano l’aria, giravolte di “stigghiola” ardono sulle griglie da campo in bilico tra il marciapiede e l’asfalto lurido, “mussa, teste, purpa” dentro ai “quarari” aspettano che gli astanti ne richiedano con ingordigia una manciata all’atavico venditore. Il forchettone si tuffa svelto e preciso nel “quararu”, ne esce, delizioso, un polpo color ruggine coi tentacoli allungati e la testa tesa, perfettamente cotto… Si tagliano limoni grossi come arance per dare l’ultimo profumo di vita al cibo di strada.
Pesce e carne, cani e gatti, donne e bambini, chi “abbannia” a destra, chi a sinistra, ci si accalca in imbuti di colori che sembrano non finire mai, in un tempo che corre consueto e di cui non ci si cura.



Intanto le matriarche (cultura vuole che le mogli e le madri siano in realtà i pilastri portanti della famiglia in Sicilia) hanno le mani piene di borse in plastica, traboccanti di roba, sempre più del necessario. Domani i “figghi” vanno “a mmare” e bisogna preparare la caponata… abbondante. Non bisogna dimenticare nulla. A tal proposito la massaia guardando un po’ in cagnesco il fruttivendolo dice:
“ATTIA, MU MITTISTI U BASILICU E U PIDDUSINO???” (Ehi, me l’hai messo il basilico e il prezzemolo???)
Il fruttivendolo in questione non prova a ribattere, esegue regalando intere fascine degli odori richiesti.
Sa che le donne ritorneranno al suo banco ancora domani…
*vannia: decantare la merce al mercato
*tumatiche : pomodori
*puvrun : peperoni
*cartasu : cartoccio di giornale avvolto a forma di cono
*stigghiola : vescica dell’ animale arrotolata nel prezzemolo
*mussa, teste, purpa : musi e teste di vitello o maiale, polpi
*quararu : pentolone in alluminio
*abbannia : come “vannia” ma utilizzato di più nel trapanese
*figghi : figli
*a mmare : al mare